Il Primo Maggio di Pietro Gori

Prima che albeggi

Sia detta la verità dolorosa: il sole è ancora lontano. Tuttavia esso è già in cammino verso di noi. Il levante come il ponente sono ancora cupi sulle nostre teste – ma una splendida certezza guida i nostri passi nel buio.

Laggiù dovrà affacciarsi il chiarore: poi il raggio grande.

Ma la verità coraggiosa deve essere detta. L’aurora è pigra a venire: e gli uomini son vieppiù sonnacchiosi. Il sonno più dolce è quello del mattino.

E vegliamo dunque, mentre i molti dormono. Vigiliamo noi, anche se la febbre ci brucia la fronte, vigiliamo dagli spalti delle virili speranze, contro la tenebra che osteggia. Il sonno immenso ci brilla negli occhi, aperti nella notte, aperti sul meriggio che verrà – aperti sulle grandi cose lontane, tra le quali, infuturandoci, viviamo con lo spirito.

Oh sogno nostro! Sfiora le ossa dei morti, che un dì con noi ti sognarono, raminghi per il mondo, cacciati dalla bufera sociale; porta il nostro bacio alle labbra dei fratelli d’arme, che ti serbaron fede. Sui piani, pei colli e pei monti, nelle città rumorose e nelle campagne silenti, lungo i mari, ovunque, t’imbatterai nei manipoli sparsi.

Uniscili nel palpito comune. E sotto le fronti, cui solca già la cura del tempo o del dolore, suscita le memorie dei giovani anni, che di te scintillarono.

E batti al cuore di coloro, che ti hanno negletto, perché credettero più audace e più nobile affermare i bisogni bestiali che quelli ideali dell’uomo – e sussurra a quegli altri, che ti scacciaron come chimera, che le chimere intessono di fili d’oro la trama della storia.

E batti le ali, o sogno nostro buono, per le terre più lontane, e per i mari più remoti. Oggi il tuo volo possente, sollevandosi oltre il fango delle azioni basse e dei bassi pensieri, fa balenare su tutte le frontiere e su tutti gli orizzonti, la maestà della Stirpe. La Stirpe che perpetuò nella ingiustizia dei secoli le antitesi feroci del dominio e del servaggio, dell’ozio satollo e pletorico e del crucciante e famelico lavoro: la Stirpe, che nella tormentosa ascensione millenaria, andò apprendendo – tra le uccisioni e le resurrezioni – la sua unità inviolabile, ancora straziata dal contrasto degli interessi, e dalla divergenza delle mète, per molto tempo ancora rinnegata dalla cecità delle superstizioni e dalla brutalità delle cupidigie, ma invocata ed auspicata forza vindice e rivendicatrice della riconciliazione suprema dell’individuo con la società e d’essa con lui, nell’equilibrio degli interessi, e nell’armonia dei diritti.

Sogno adunque?… Ora e sempre? Sogno, ahimè, sì – finchè tanta notte incombe, – sino a che tutti il tenebrore della fede nell’assurdo, e della ignoranza delle verità scientifiche e razionali ingombrerà le menti.

Ma sogno non più, quando fattosi l’albore – gli occhi umani vedranno le cose, che prima non scorsero. Essi scuopriranno i campi arati, e le case costruite dagli uomini, e poi, quanto più l’alba si accenderà nell’aurora, ravviseranno, raminghi qua e là per il mondo, senza un campicello e senza una casa, i figli di coloro che incallirono le mani ad aprire i solchi, od a fabbricar le muraglie; e più tardi, quando l’astro ravvivatore sfavillerà sui vertici, le cose alte e le cose piccole si tufferanno tutte in quel mare di raggi – le verità umili e quelle eccelse ne diventeranno lucenti. E la luce squillerà la diana d’ogni discoprimento, d’ogni conquista, d’ogni bellezza.

Ed i sonnacchiosi leveranno il capo, e gli occhi che non videro beveranno le luminosità rivelatrici – e quelli che presentirono il sole, nelle paurose profondità della notte, lo saluteranno tra lacrime di gioia, come Realtà vittoriosa.

Anche sull’alba delle nuove calende di Maggio, per la quale intessete (o amici lontani e dei quali pur sento d’appresso l’anelito fraterno) e sull’aurora in faccia alla quale sventolerete, come orifiamma di combattimento, questo foglio d’incitazione e di evocazione valorosa, trasvoleranno le strofe dei liberi, palpiteranno i presagi solenni.

Ma la grande luce, che fascia i corpi e bacia le mani affaticate nell’edificazione enorme, non è ancora la luce intera, la luce ideale, che penetri le menti, che infiammi i cuori. Nella sua realtà fisica essa nondimeno rimane nulla più che un simbolo, e sulla tragedia sociale non è che l’annuncio d’un vaticinio. E sia…

Dunque al bivacco, oltre l’accampamento su cui freme il respiro ampio del sonno notturno, alle linee avanzate, o commilitoni cui il sonno non vinse alle trincere estreme che vigilano di contro al silenzio nero con le sanguigne occhiaie dei fanali accesi di fronte al nemico, tra l’ignoto e la morte.

Pure, in coteste piccole fiamme, ardenti come lampade votive, per questa vigilia d’armi, ondeggiano gli scintillii del domani, covano gli alti incendi irradiatori della battaglia – sfolgorano, in atomi germinatori, le possanze siderali, che al di là di questa esigua e fuggitiva notte terrestre, inondano di raggi e di fulgori il cammino fatale dei mondi.

Essa pure cammina, la terra – la patria esigua di sì smodati orgogli. E le società umane con essa.

Il rotear di questa, come i moti di quelle si chiamano rivoluzioni. Quando?

La diana irrevocabile, tutta squilli e bagliori, aleggia verso i nostri destini dalle tacite profondità dei cieli.

Protendete le animose teste dall’estremo avamposto, o scôlte veglianti. Udrete lo scalpitio degli eventi che si avanzano.

Nelle anime insonni il sogno nostro buono arde come una fiaccola.

Portoferraio, 1° Maggio 1910


Pietro Gori, Ceneri e Faville, La Spezia, La Sociale, 1911, p. 155-159
(questa opera presente è presente nel catalogo della Biblioteca Serantini)

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