Per Carlo Cammeo a 100 anni dalla morte

La locandina dell’incontro
La registrazione dell’incontro sul canale YouTube della Biblioteca Serantini

Il 13 aprile 1921 viene assassinato a Pisa Carlo Cammeo (1897-1921), segretario della federazione di Pisa del Partito Socialista e maestro elementare di soli 24 anni.

Quella mattina Mary Rosselli-Nissim e Giulia Lupetti si recano alla scuola dove sta insegnando Cammeo e, con una scusa, lo invitano a uscire dalla classe: nel cortile viene raggiunto da due colpi di pistola sparati dal fascista Elio Meucci, studente di farmacia.

Le due donne non sono sconosciute nell’ambiente pisano: Giulia Lupetti (che, per i suoi meriti, pochi mesi dopo sarà nominata segretaria del fascio femminile) è figlia del comandante del presidio militare; Mary Rosselli-Nissim è una distinta signora erede di una famiglia di sentimenti patriottici, nota perché il padre Pellegrino Rosselli, di fede mazziniana, e la madre Janet Nathan avevano ospitato nella propria casa Giuseppe Mazzini negli ultimi anni della sua vita.

I fascisti responsabili della morte di Cammeo, grazie alla complicità delle autorità e all’interessamento del sottosegretario alla giustizia Arnaldo Dello Sbarba, saranno tutti prosciolti dall’accusa di omicidio. In quel periodo, la guerra civile scatenata dai fascisti fu la risposta politica e militare alle lotte del “biennio rosso” (1919-1920). La Toscana nei primi mesi del 1921 fu attraversata da uno scontro violentissimo tra le squadre di fascisti, organizzate soprattutto dalla direzione fiorentina del movimento, e le forze della sinistra, anarchici, comunisti, socialisti e sindacalisti.

In occasione del centenario dell’assassinio di Carlo Cammeo (13 aprile 1921-13 aprile 2021) Massimiliano Bacchiet, in collaborazione con la Biblioteca Franco Serantini, ha pubblicato un articolo su Toscana Novecento, il portale promosso dalla rete toscana degli Istituti per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea:

Un’ora di dolore per il proletariato pisano.
L’omicidio di Carlo Cammeo del 13 aprile 1921 nelle cronache de «L’Ora nostra» e de «Il Ponte di Pisa»

A corredo di questo contributo abbiamo voluto allestire una piccola mostra virtuale documentaria per consentire a tutti gli interessati di approfondire in autonomia gli argomenti trattati. Sono presenti le riproduzioni di alcuni articoli della stampa dell’epoca, accompagnate dalla trascrizione dei testi.

Per agevolare la lettura è stato creato un indice navigabile:

  1. la presa di posizione di Carlo Cammeo su L’Ora nostra, settimanale della Federazione provinciale socialista, dopo l’istigazione dei fascisti a vendicare la morte di Tito Menichetti, avvenuta a Ponte a Moriano il 25 marzo – (1 aprile 2021);
  2. la morte del fascista Tito Menichetti esaltata sul Ponte di Pisa, giornale cittadino di area monarchica già piegato a bollettino dei nascenti fasci rionali pisani – (2-3 aprile 1921);
  3. la prima pagina de L’Intrepido, settimanale dei fasci di combattimento di Lucca e Pisa, dedicata al funerale di Tito Menichetti – (3 aprile 1921);
  4. l’ultimo articolo scritto da Carlo Cammeo su L’Ora nostra prima di morire – (8 aprile 1921);
  5. l’edizione speciale del Messaggero Toscano con la ricostruzione dei fatti in base alle testimonianze – (14 aprile 1921)
  6. il numero de L’Ora nostra andato in stampa subito dopo l’assassinio di Carlo Cammeo, che esprime lo sgomento e la costernazione dei compagni – (15 aprile 1921);
  7. la notizia della morte di Cammeo data in modo sbrigativo sulle colonne del Ponte di Pisa – (16-17 aprile 1921);
  8. il numero de L’Ora nostra dedicato al funerale di Carlo Cammeo, con il necrologio e note di cordoglio – (22 aprile 1921);
  9. la prima pagina de Il Proletario, giornale italiano del movimento operaio di New York: dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti il nome di Carlo Cammeo compare accanto ai nomi degli altri “martiri” vittime del fascismo – (5 luglio 1924)
  10. il numero unico de L’Ora nostra dedicato alla commemorazione del 13 aprile 1950, a cura della Sezione «Carlo Cammeo» della Federazione socialista pisana e del Comitato d’onore presieduto dal primo sindaco della Pisa liberata, Italo Bargagna.

Per approfondire: Bibliografia e consigli di lettura.

La tomba di Cammeo nel cimitero ebraico di Pisa, con la falce e martello sopra un libro aperto
Carlo Cammeo reagisce all’istigazione alla violenza
Esemplare originale conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa

L’Ora nostra, organo settimanale della Federazione provinciale socialista
Anno III, n. 13, 1 aprile 1921.  Edizione pisana

Incoscienza

Una striscettina stampata alla macchia ed affissa sotto il naso compiacente delle autorità sui muri delle principali via di Pisa avverte: « Tito Menichetti sarà vendicato. Senza Pietà! »

Conoscendo il valore e l’eroismo dei fascisti pisani, valore che ha procurato loro le laudi sperticate di tutti i comitati e sottocomitati del fascismo nostrano, noi logicamente dovremmo fare una scrollata di spalle, e lasciare che i ragazzi si sfoghino ad abbaiare contro la luna.

Invece non vogliamo che passi inosservata questa striscettina, perché siamo troppo stanchi e troppo indignati nel vedere come si monti l’opinione pubblica, e si prepari, almeno nelle intenzioni, il fattaccio dal quale dovranno scaturire nuovi lutti e nuovi dolori.

Il pubblico grosso, quello formato dalla categoria degl’indifferenti, dei retrogradi, dei tardivi e dei conservatori a qualunque costo, che si commuove alla lettura dei titoloni a caratteri di scatola e vede nei mangia-socialisti i salvatori della propria quiete famigliare, è invitato a meditare sulle tre righe di quel manifestino.

Noi non intendiamo, parlando di una giovane vita scomparsa, fare oltraggio a un morto speculando indegnamente sul suo cadavere ancora caldo.

Anzi, l’animo nostro è profondamente addolorato nel constatare come la follia di distruzione e di morte porti alla scomparsa di energie utili all’intera umanità e immerga di continuo nel pianto e nel lutto centinaia di famiglie.

Ma perché i fascisti si portarono a Ponte a Moriano? Quale alto ideale da difendere, quale nobile azione da compiere, quale utile beneficio si ripromettevano dalla loro gita punitiva?

La mania distruggitrice, il desiderio d’imporre la loro volontà a chi la pensa in modo diverso da loro, l’acre voluttà di seminare il terrore in un borgo pacifico, i cui abitanti sono rei soltanto di avere un circolo socialista, sul quale hanno messo, come insegna, l’emblema dei soviet.

Non hanno pensato quegli incoscienti che qualcuno, reso folle nel veder distruggere la propria casa, fatta coi sudori del suo lavoro, poteva rispondere all’offesa suprema con un gesto inumano, e recidere delle vite in uno scatto bestiale ma sovrumano della propria indignazione? Non pensavano i promotori della luttuosa spedizione che in seguito alla loro pazza violenza qualche madre poteva esser messa in un lutto eterno?

Ora un padre, impietrito dal dolore, dopo aver accompagnato all’ultima dimora la carne della sua carne, non sa se imprecare contro l’assassino o contro chi gli strappò di casa il figlio per condurlo alla morte!

E gl’incoscienti chiedono e giurano vendetta, e, orribile a dirsi, si ripromettono nuovi atti insani e delittuosi.

Contro chi?

Contro lavoratori che lottano per strappare le loro catene e che non vogliono veder distrutti e saccheggiati i propri ritrovi. Contro uomini che pure hanno famiglia, che vogliono emancipare i propri figli, e che sono costretti all’estrema difesa che li esporrà alle persecuzioni più crudeli, agli strazi più tragici e infiniti.

Sventolino le bandiere a lutto, e si scoprano le teste al passaggio del giovane ucciso; ma vada la maledizione e l’obbrobrio sui vili che fanno della sua morte una indegna speculazione patriottica, su coloro che, dopo averlo fatto uccidere, vogliono esporre altre madri allo strazio angoscioso di perdere i figli.

Gli onesti, coloro che vedono con orrore il perpetuarsi di questa violenza fratricida, devono sentirsi l’animo pieno di ribrezzo alla lettura dell’incosciente manifestino.

Carlo Cammeo


La morte di Tito Menichetti e il mito del martire fascista
Esemplare digitalizzato disponibile su Emeroteca digitale italiana

Il Ponte di Pisa, giornale politico amministrativo della città e provincia
Anno XXIX, n. 14, sabato-domenica 2-3 aprile 1921

IN MEMORIA DEL MARTIRE

La settimana santa di quest’anno ha santificato il martirio di TITO MENICHETTI, tenente di artiglieria e studente alla Università che con ardore e valore aveva preso parte giovane bello, ardito e di gentile aspetto, alla santa guerra di liberazione, e che da uno di quelli che la guerra ad arte maledissero per irridere dopo alla vittoria e per consegnare la Patria al bolscevismo, fu a Ponte a Moriano proditoriamente ucciso. Diciamo così, perché dopo una non sanguigna dimostrazione dei fascisti, egli se ne stava seduto in quiete con due compagni ad aspettare che l’automobile fosse stata rimessa in grado di rifare la strada.

I funerali di Lucca e di Pisa hanno attestato di quale affettuoso ed unanime cordoglio sia stata circondata la bara del giovane così tragicamente perito. E non tanto per desiderio di pianto, quanto per bisogno di protesta civile.

A Pisa, nella città che a Tito Menichetti diede i natali, e dove vivono i genitori di lui e la sorellina, specchio tutti e tre di bontà e di cortesia, i funebri riuscirono veramente imponenti. Vi prese parte Martedì sera tutta la cittadinanza colle migliori sue rappresentanze; vi erano tutte quelle civili e militari, tutte, e poi la Università, i veterani ed i garibaldini gloriosi, le scuole, le associazioni, i combattenti e gli invalidi di guerra, e più ardenti e più fieri i fascisti in numero più di mille, con i loro gagliardetti in testa, e rappresentavano tutta la Toscana.

Il corteo imponente per numero, e silenzioso, senza che lo turbasse alcun suono di musica (e quale più bella armonia di quella del dolore?) accompagnato soltanto dai funebri rintocchi della campana dell’Orologio dalla piazza San Frediano si diresse alla Università dove il Rettore prof. Pinzani salutò con nobili e commosse parole la salma, e dal Lungarno Regio quindi si avanzò per il Borgo, per Piazza Cavalieri, per la Via S. Maria, finché non sostò in Piazza del Duomo.

Nel percorso erano stati indirizzati al feretro saluti di amore e di gloria dalla folla che si accalcava per le vie a capo scoperto, e quasi in genuflessione, dalle bandiere che sventolavano alle finestre, e dai fiori che erano lanciati profusamente ad inghirlandarlo.

E aveva seguito quella salma, così inchinata e così benedetta per l’olocausto ed il martirio, un caro uomo, che tutte le cuore teneva chiuse (perché il generoso cuore non si spezzasse nella esplosione di un affanno che non ha nome) le acerbe pene e le indomabili rivolte. E quell’uomo, santificato anch’esso dalla sventura, il padre che intorno alle fredde spoglie del figlio martirizzato, appariva egli pure come un martire di rassegnazione e di fede, ci ricordava la Madre piangente nel silenzio della casa, e più tormentata dalla disperazione perché lontana da quella solennità di cuori che in nome del suo figlio diletto benedivano l’Italia.

Ed in Piazza del Duomo, di fronte allo splendore dei monumenti, in quel quadrato, a custodia del feretro glorificato, fatto dai giovani combattenti e dai cittadini già vecchi cui l’eco delle prove di ardimento non giunse mai senza sollevare un grido di ammirazione e di riconoscenza, ci ritornavano alla memoria – come se avessimo vissuto in quei tempi – le esequie che si celebrarono al 6 di Giugno del 1848 nella Primaziale per commemorare i morti di Curtatone e Montanara.

Allora, le Donne di Pisa, alle Donne lombarde, che le avevano consolate per la perdita dei loro cari, scrivevano in un indirizzo che è il più epico di quelle giornate: “noi più che la salvezza dei nostri figli, vogliamo la loro gloria, perché dal primo momento in cui li sentimmo agitarsi nel nostro seno, li consacrammo alla difesa del vero, della libertà, della patria e della giustizia”.

E nel nome di queste difese salutarono anche l’altro giorno Tito Menichetti non scomparso da noi, se pure fu assassinato, perché rimarrà più vivo che mai nei nostri ricordi: il Sindaco di Pisa prof. Francesco Pardi, il capitano Bruno Santini presidente della Sezione pisana del Fascio, il sig. Giorgio Schiff presidente della Sezione pisana dei combattenti, ed il caro amico, il compagno di armi e di fede del Menichetti l’avv. Guido Buffarini-Guidi che in una impetuosa sublime improvvisazione fece presente a tutti gli auditori la virtù del commilitone e la responsabilità che ad ogni cittadino è affidata.

Il padre Menichetti chiudeva i discorsi con un ringraziamento: diceva di piangere il figlio perduto, ma fronte alta; e riprendendo lo spirito e la voce del figlio che più non poteva gridare Viva l’Italia, invitava i presenti a fare l’evviva. E fu fatto.

I fascisti, come è loro costume, salutarono il feretro con alte invocazioni.

Un fremito passò allora più intenso nelle anime; i compagni ripresero la bara che avevano portato sulle spalle fino alla piazza del Duomo e la consegnarono ai fratelli della Misericordia perché la trasportassero al Camposanto. 

La grandiosa, solenne cerimonia, che aveva affratellato Pisa in una commozione di sentimenti per il pianto da dare alla vittima, per la esecrazione contro il ribaldo, e per la glorificazione dei supremi ideali di libertà e di giustizia fra tutti gli uomini, e di amore alla Patria, era finita.

Mario Razzi


Il funerale di Tito Menichetti

L’Intrepido, settimanale dei fasci di combattimento di Lucca e Pisa
Anno II, n. 18, 3 aprile 1921

Lucca e Pisa affratellate nel dolore tributano solenni onoranze alla salma del fascista Tito Menichetti assassinato a Ponte a Moriano

La veglia dolorosa

Col più profondo dolore

E’ difficile mitigare lo strazio dell’animo e scrivere parole pacate  e scrivere parole pacate dinanzi alla tragedia che ha travolto un nostro caro compagno di fede: dinanzi alle spoglie mortali di un giovane di 23 anni freddamente ucciso quando inerme si presentava ad uomini che invece erano belve assetate di sangue.

Perché, o lettori, il nostro fratello Tito Menichetti è stato freddamente e barbaramente ucciso quando si era sicuri che Egli era nell’impossibilità di offendere, nell’impossibilità di difendersi.

Ed Egli è caduto ucciso per non uccidere, Egli è morto per non dare morte, ben ricordando che la turba di donne, di bimbi e di uomini che lo circondava minacciosa era formata di italiani. Il Generoso, il cavaliere senza macchia e senza paura he nella lunga e sacra guerra aveva nobilmente compiuto il suo dovere verso la Patria, anche dinanzi alla folla minacciosa di Ponte a Moriano ubbidì alla nobiltà del suo animo. E la nobiltà del suo gesto fu ripagata con un colpo di pistola che lo ha ucciso. E la fiamma della sua fede che credeva di partecipare alla turba avvelenata da una lenta propaganda di odio da nemici della Patria e dell’umanità, ha seguito il suo spirito bello più di un cavaliere antico, mentre la folla omicida si allontanava paurosa dell’orribile misfatto.

Chi ha armato la mano dell’assassino? Sono quelli che osano giornalmente inoculare odio per i veri figli d’Italia, che sono le mille miglia lontano oppure torvi e sinistri brancolano nell’ombra avvelenando col loro alito povere anime incoscienti. Essi si illudono di arginare, di soffocare il fenomeno glorioso del fascismo, che è la salvezza della nostra Patria diletta. Ma sia illudono. Oggi la famiglia fascista aggiunge un altro nome nel libro d’oro dei suoi martiri, copre di fiori le tombe di fratelli scomparsi, fiori di riconoscenza e d’amore che vengono dall’animo e dal cuore e che non appassiranno col volgere di tempo.

E la famiglia fascista aumenta: il nucleo di ieri oggi è falange infinita piena di fede e di abnegazione.

Generoso Martire della redenzione d’Italia, tu sei caduto innanzi tempo nell’epica lotta ingaggiata con i nemici della Patria, mentre tutto ti sorrideva, gioventù e bellezza, amicizia, fede, affetto dei tuoi genitori desolati che oggi ti piangolo. Come asciugare le loro lacrime? Come lenire l’indicibile dolore? Lo strazio, il rimpianto? Fascisti, a noi i morti ordinano di non flettere la persona e la fede per un fulmine che ci percuote. Il loro comandamento è di non sostare un attimo nell’opera dove Essi si immolarono, ove lasciarono la bella giovinezza. E quanto maggiormente noi proseguiremo l’opera da Essi additata, noi più saremo degni di loro che sono i nostri martiri. Ed i genitori desolati, potranno attingere un poco di forza per resistere allo strazio per le care perdite solamente nel trionfo del fascismo, nel trionfo di quella fede per la quale i loro diletti hanno generosamente dato in olocausto la vita.

E la buona causa trionferà, spandendo il suo beneficio ovunque per merito primo della schiera gloriosa dei martiri i cui nomi sono incisi nelle menti e nei cuori di ogni fascista. 

Perseverare bisogna, se è possibile sempre più perseverare nella missione salvatrice ed depuratrice d’Italia. Solamente così il generoso sacrificio di balde giovinezze non è stato invano.

Questo è il comandamento che viene alla famiglia fascista dalla schiera di martiri che va da Sonzini all’amato Menichetti. E noi dobbiamo ubbidire e benedire i loro nomi.

Codelli


APPELLO AI FASCISTI

La morte del fratello Tito Menichetti deve essere per noi una nuova fonte di lotta e di resistenza.
Il ricordo di lui deve essere una poderosa catena che ci unirà nelle lotte prossime e future che noi faremo Egli presente, Egli condottiero.

Serriamoci pronti guardando l’avvenire, la nostra strada non è quella delle bugie e della viltà perché è la strada della Morte.

Chi sente il cuore non fermo e il braccio che trema esca dalle file.
Chi non è deciso a tutto donare per la Nostra causa santa esca dalle file.
Chi dubita, chi teme, chi tergiversa esca dalle nostre file.

Coloro che sentiranno di poter restare continueranno il loro cammino, già seminato di vite umane troncate vigliaccamente, senza pianti, senza recriminazioni, ma più forti e più feroci.

Sì più feroci. Perché la nostra lealtà romana cesserà di esistere, se non cesseranno le vigliaccherie dei nostri avversari che, impotenti a combatterci a campo aperto, ricorrono alla vile arma della imboscata e del tradimento dimostrando di avere nelle vene il sangue sifilitico di una stirpe che non può essere italiana.

E guai a loro il giorno che noi prendessimo la dolorosa decisione di contraccambiarli colla stessa insidia, perché sapremmo sorpassarli anche nella vigliaccheria e nella ferocia.

Ma per tutto questo è necessario uno spirito di abnegazione e di disciplina.

Fascisti!

Voi in gran parte rappresentate l’Esercito di qualche anno fa, quell’Esercito che dai dolori e dalle catastrofi attinse la forza di arrivare a Vittorio Veneto, quell’Esercito che seppe in breve tempo organizzarsi potentemente e battersi eroicamente contro un altro Esercito alleato e preparato da vari lustri alla guerra, quell’Esercito che riscosse l’ammirazione giustificata dal mondo intero nelle vittorie e nelle ritirate e che solo impose al nemico una umiliante sconfitta.

Io parlo alla vostra anima di soldati, a voi fanti pidocchiosi e gloriosi che avete saputo l’assalto inebriante e la dura aspettativa, la gioia della riuscita e il dolore dell’insuccesso, il martellare furioso delle artiglierie e il pauroso silenzio del campo di battaglia; a voi bersaglieri veementi fiori della gioventù italiana, che avete spossato il nemico in cento battaglie, a voi alpini lenti e forti che avete conosciuto l’asperità delle montagne più ardue e l’avete superata, che avete udito il rombo agghiacciante delle valanghe insidiose, che al nemico incalzante, con i vostri petti eroici avete fatta una sanguinante muraglia fedeli al vostro motto “di qui non si passa” e l’avete rigettato; a voi artiglieri di tutte le specialità gloriosi nella vostra resistenza magnifica, a voi marinai d’Italia meravigliosi nella tenacia e nel sacrificio; […]


L’ultimo articolo di Carlo Cammeo
Esemplare originale conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa

L’Ora nostra, organo settimanale della Federazione provinciale socialista
Anno III, n. 14, 8 aprile 1921.  Edizione pisana

VIGILIA D’ARMI

Il tema scottante, che è sulle bocche di tutti, che genera discussioni, timori, e induce a prognosticare e a far le previsioni più disparate e contraddittorie, è senza dubbio quello delle prossime elezioni politiche.

La Camera è stata sciolta oggi, e la XXV legislatura ha fatto così il suo tempo.

I nostri avversari gongolano, pensando alla nostra sconfitta. Soltanto i popolari cantano una messa funebre sui cento mandati ottenuti nel 1919, e vedono con amarezza l’approssimarsi della lotta elettorale con la scissione nelle proprie file.

Noi, impavidi e fermi qual granitica rocca che non teme imperversar di bufera, aspettiamo la lotta senza timori e senza titolazione. Che dobbiamo temere?

Gli avvenimenti nazionali ed internazionali sono lì a dimostrare come soltanto il trionfo della nostra dottrina – che è teoria di pace, di uguaglianza, di lavoro – può dare al mondo martoriato il suo assetto tranquillo, stabilito su basi di vera giustizia sociale.

Abbiamo esaltato la rivoluzione Russa, ed essa ci ha dimostrato quanto si sia consolidata, e come si sia imposta al mondo intero con la sua forma di governo comunista.

Abbattute con le fortezze di Kronstadt le ultime speranze reazionarie del capitalismo internazionale, gli stati più refrattari curvano il capo ed allacciano con lei relazioni di scambi e di commercio, inevitabile preludio al completo riconoscimento ufficiale dei soviet.

Abbiamo parlato contro le guerre imperialiste, contro le folli imprese apportatrici di sangue, affermando che il predominio borghese non poteva darci che guerre e fame e lutti e dolori. Forse noi stessi non ci aspettavamo con tanta evidenza la manifestazione reale delle cupidigie borghesi.

La Francia reazionaria, crudele e paurosa ad un tempo, grava il tallone sul corpo della Germania devastata.

Subisce la Grecia la meritata lezione dello sfrenato imperialismo dei suoi capi militari. Fremono alle porte dell’Ungheria gli squilli delle trombe guerriere per impedire il realizzarsi della restaurazione degli Asburgo.

Ovunque è pianto, ovunque è strazio inaudito.

E l’Italia grava col suo peso e schiaccia le sommosse operaie della Slesia, e minaccia d’invasione la repubblica di Horty. Così la guerra mondiale, l’ultima guerra per la libertà, per il riscatto, per l’autodecisione dei popoli, dimostra di essere soltanto la prima di una lunga serie di guerre che travaglierà ancora l’Europa sanguinante, e che avrà le sue ripercussioni, forse, anche nel lontano oriente, dal quale ci giunge, indistinto ancora, un minaccioso e latente odor di polvere che sta per scoppiare.

E nell’interno?

Incendi, eccidi, devastazioni: sono questi i mezzi di cui una classe ubriacata dal potere e dalle ricchezze male acquisite si serve per soffocare le aspirazioni delle masse lavoratrici che vogliono spezzare le catene della propria servitù.

E così si dimostra, all’interno ed all’estero, l’incapacità delle classi borghesi di continuare a dominare sui popoli.

Ogni giorno che passa, attraverso gli avvenimenti tragici che oscurano la civiltà del secolo in cui viviamo, la borghesia si dimostra sempre più inetta, sempre più turpe, sempre più egoisticamente feroce.

E così, mentre si crede il proletariato sgomento ed atterrito dalla burrasca scatenata, si apre il periodo elettorale in Italia.

Il proletariato che vede le sue organizzazioni distrutte o minacciate nell’interno, che vede come ovunque la dominazione borghese è segno di schiavitù, di guerre e di orrori, saprà trovare il suo posto in battaglia.

E dall’urna aperta dinanzi a noi come un tranello e come una vendetta, uscirà vittorioso il simbolo dell’internazionale dei popoli, con la sua fiammante bandiera.

Carlo Cammeo

La ricostruzione dei fatti in base alle testimonianze
Esemplare originale conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa

Il Messaggero Toscano
Anno IX, n. 88, 14 aprile 1921 – Edizione straordinaria

Come procede lo sciopero generale a Pisa e a Livorno
Dopo la tragica morte del maestro Cammeo – Versioni contraddittorie – Altri incidenti fra fascisti e socialisti a Livorno

Dopo la tragedia di Porta Nuova – Quello che dice il Maestro Ciucci

Nel narrare la tragica vicenda che ha causato la morte dell’organizzatore socialista Maestro Cammeo, noi riferimmo i fatti serenamente, secondo la sola versione che ci risultava attendibile, perché confortata da una testimonianza diretta e confermata da alcune circostanze indubbiamente rilevanti.

Aggiungemmo, per scrupolo di obiettività e d’imparzialità, che se altre versioni ci sarebbero pervenute, purché non in forma di voci vaghe, ma di testimonianze dirette, le avremmo senz’altro raccolte nell’interesse della verità e della giustizia.

Oggi ci ha fatto visita nei nostri uffici di redazione un collega ed un compagno di fede del Maestro Cammeo, il Maestro Ciucci.

Egli ci ha detto di avere interrogato alcune persone e qualcuno degli alunni della scuola di Porta Nuova, per fare, per conto suo, una specie d’inchiesta.

Quanto ai precedenti del fatto tragico, quelli da noi narrati non sarebbero concordanti con le sue affermazioni in un punto solamente.

Noi dicemmo che le fasciste furono dal Maestro Cammeo invitate a casa sua e ch’esse vi si recarono più volte inutilmente.

Il Maestro Ciucci invece sostiene che il Maestro Cammeo fu richiesto da due fasciste, a mezzo di un’altra signorina, di fornire spiegazioni e ch’egli si sarebbe manifestato disposto a recarsi ad un convegno per una discussione in luogo neutrale, per esempio, in casa di questa signorina.

Le fasciste gli avrebbero risposto che giudicavano più simpatico un incontro in una via appartata.

Il Maestro Ciucci ha aggiunto che anche a lui il collega aveva detto di essersi rifiutato a questo invito, per timore di una imboscata.

Sulle circostanze nelle quali è scoppiata improvvisamente e inaspettatamente la tragedia, la versione del Maestro Ciucci è più gravemente discordante da quella che noi abbiamo ieri dato, sulla testimonianza del fascista Meucci.

Mentre nella scuola si svolgeva la lezione fu bussato al cancello.

Il custode si recò ad aprire e si trovò alla presenza del gruppo di fasciste, che lo mandarono a chiamare il Maestro Cammeo. Il custode fece l’ambasciata. Allora il Maestro si affacciò alla finestra, per vedere di che si trattava e, accortosi che le persone che lo richiedevano erano già entrate, usciva dall’aula. Anche alcuni alunni se sarebbero affacciati e ad essi una signorina, od una signora, distribuì bandierine tricolori. Intanto nel corridoio le fasciste avrebbero invitato il custode ad allontanarsi. Tra il gruppo e il maestro Cammeo sarebbe sorto subito l’alterco, perché questi sarebbe stato apostrofato con ingiurie. I colpi sparati sarebbero non due, ma tre, ed il Cammeo sarebbe stato fulminato subito dal primo di essi.

Questa è la versione del Maestro Ciucci sulla quale ci asteniamo da apprezzamenti, come abbiamo fatto per quella del fascista Meucci.

Ci limitiamo a due rilievi che non vanno trascurati: il ferimento della signorina Lupetti ed un caricatore trovato indosso agli abiti del Maestro Cammeo.

La rivoltella del Maestro Cammeo non fu trovata. Ch’egli avesse l’abitudine di portarla seco carica con un caricatore di riserva ci è stato confermato dallo stesso Maestro Ciucci.

L’alunno da lui interrogato è certo Alvaro Ferrari: le bandierine sarebbero state consegnate all’alunno Vaglini Alvaro, ambedue della terza elementare, la classe di cui era maestro il Cammeo.

Della testimonianza dell’alunno Ferrari Alvaro il Maestro Ciucci ci ha recato, al momento di andare in macchina, altri particolari, che sarebbero di maggiore gravità e sui quali ci riserviamo di tornare, se, come egli ci ha assicurato, questi nuovi elementi fossero già in potere dell’Autorità.

Lo sciopero proclamato ieri sera dai rappresentanti le leghe operaie si è effettuato parzialmente.

Stamani infatti la maggior parte dei negozi sono aperti. Gli stabilimenti industriali sono rimasti chiusi. Solo dove esistono dei forni il lavoro degli operai addetti non è stato interrotto.

L’autorità ha preso energiche misure per il mantenimento dell’ordine e numerosi pattuglioni perlustrano le vie della città. Forti nerbi di truppa sono accantonati nei luoghi più centrali e nei pressi della Camera del Lavoro Confederale e della Camera Sindacale e presso la sede dei Fasci di Combattimento. Le vie sono state sempre animatissime.

Crediamo che sia in tutti un proposito di pacificazione e il desiderio che siano risparmiati alla nostra città altri [atti] di violenza.

Il trasporto funebre avverrebbe domani alle ore 15.


La reazione dei compagni dopo l’assassinio di Carlo Cammeo
Esemplare originale conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa

L’Ora nostra, organo settimanale della Federazione provinciale socialista
Anno III, n. 15, 15 aprile 1921.  Edizione pisana

UN’ORA DI DOLORE PER IL PROLETARIATO PISANO

Carlo Cammeo, compagno di fede, milite devoto della nostra Causa, soldato purissimo delle nostre idealità, è caduto sul limitare del tempio, che è sacro anche ai delinquenti più comuni.

I colpevoli, che con tutte le … e tutte le ignominie hanno premeditato l’uccisione, rimarranno forse impuniti.

Non c’è che una sola giustizia che li possa redimere ed è il dolore atroce che sgorga da questo innominabile delitto, dallo strazio infame di questo corpo di giovane ventiquattrenne, sul quale sono ancora impressi l’amore del suo ministero ed il sorriso dei suoi bimbi innocenti.

Sembra, o compagni della nostra redenzione, e fratelli delle nostre battaglie, che debba prevalere, in questa tenebrosa ora di reazione, l’odio pertinace, l’istinto malvagio dei massacratori, la brutale animalità dei mostri della nostra umanità dolorante.

Ma non sarà, ma non deve essere, o compagni.

E’ soltanto un’ora di selvaggia perfidia che passa, che sta per spegnersi, forse.

Il male non vincerà se voi saprete difendere lo spirito eterno del BENE, opponendo la vostra Giustizia a queste barbarie senza nome.

O giustizia, disperino pur gli altri di te, non io di te sarò mai per disperare… 

Sono le parole di un grande Poeta. Siano le vostre o lavoratori.

Raccogliamoci intorno al nostro Morto, perché la stessa nostra forza sia ridestata ed illuminata da questo innominabile abominio.

E’ inevitabile, o compagni, che la menzogna, la frode crollino dinnanzi a quella giustizia che dovrà rilucere un giorno, terribile e sicura, sulla nostra spada e dal nostro diritto.

Lo dicono a noi queste vittime innocenti.

Federazione Provinciale Socialista
Gruppo Comunista
Camera Confederale del Lavoro
Camera Sindacale del Lavoro
Lega Proletaria Reduci
Unione Anarchica Pisana
Lega Arti Tessili

Questo numero è compilato da socialisti e comunisti, congiunti nel rendere al Caro Estinto il loro tributo d’affetto


Non ammazzare

Hanno ucciso Carlo Cammeo. Tutti sentiamo dentro di noi che la tragedia supera l’immaginabile, che l’omicidio è ingiusto, che l’assassinio è mostruoso, ingiustificabile, che tutta la nostra umanità è scossa, turbata, straziata da questa caccia all’uomo, da queste insidie che si ripetono ogni giorno col beneplacito della nostra classe dirigente, colle offerte di denaro anonime che giungono ogni giorno ai fasci di combattimento.

I lavoratori hanno perduto la capacità d’intendere i motivi di queste selvagge aggressioni, che travalicano i limiti di tutte le contese passate, di tutti gli improvvisi e violenti scatenamenti di odi di parte, di tutte le vendette giurate dai nostri nemici.

L’episodio brutale e inqualificabile non ha precedenti.

La stessa cronaca del fatto solleva l’esasperazione anche in uomini temperati, anche in coloro che considerano i socialisti come i provocatori di disordini, come i turbato dell’ordine pubblico.

Bisogna che non si dimentichi subito l’atrocità di questo assassinio.

Bisogna che ognuno ricostruisca il fatto e lasci giudice la propria esperienza per capire la malvagità dell’uccisione di Carlo Cammeo.

Il pretesto dei colpevoli è troppo sproporzionato, troppo leggero per non scatenare nel petto nostro l’indignazione più grande.

Anche i colpevoli , se ancora nell’ebbrezza di questi trionfi non hanno perduto le vestigia di uomini, devono porsi a faccia con l’enormità del delitto e domandarsi se chi ha sparato è degno di rimanere fra noi, nel consorzio degli uomini, nelle lotte nostre, che hanno pur sempre, nelle tempeste dei nostri dibattiti, un soffio grande di passione e di idealità

Noi, si ricordino i fascisti, non giuriamo sul corpo esangue di Carlo Cammeo la vendetta, né la facciamo giurare ai lavoratori.

Ci sembra che una nostra parola potrebbe togliere a questo episodio brutale di sangue, al martirio del nostro compagno, l’orrore che esso ispira, che potrebbe attenuare, colla giusta condanna dei colpevoli, quel senso profondo di dolore che deve giungere al cuore di tutti i nostri concittadini.

E’ necessario che sia impressa nella mente dei bimbi terrorizzati la brutalità degli aggressori, che le donne, le nostre spose, i nostri figli, portino dinanzi agli occhi il cadavere di questo giovane generoso di ventiquattro anni, che è stato ucciso, senza ragione, mentre compiva un dovere santo, un ufficio la cui nobiltà e religiosità toccano le anime più dure e sono ricordate negli anni della maturità con dolce rimpianto e riconoscente intatta.

E’ necessario che l’educatore colpito nel tempio del sapere, dove erano raccolti i bimbi del nostro popolo, sia ricordato finché non sarà spento l’eco della sofferenza del padre angosciato e lo strazio della fidanzata.

Non basta esporre il cadavere dell’Estinto, perché i lavoratori compiano un atto doloroso di ossequio al compianto, che è stato barbaramente assassinato, che i massacratori siano consegnati alla giustizia, che i giovani veglino la salma del morto come un’offerta votiva della loro giovinezza per le lotte di domani, ma è necessario che il delitto sia meditato da tutti, fra i segni di questa nostra civiltà, piena di contrasti e contraddizioni.

Il prefetto ha dichiarato che il delitto sarà punito. Vedremo.

Qualche donna di quelle stesse che hanno sentito il male compiuto con tanta leggerezza, con tanta incoscienza, si terranno spaventate dall’associazione cui hanno appartenuto e sul labaro della quale è come una grande macchia di sangue. Non basta.

Bisogna voler di più. Bisogna far intendere agli assassini di Carlo Cammeo che i lavoratori della nostra provincia domanderanno ragione per lungo tempo di questo delitto.

A Pisa, noi lo possiamo affermare senza tema di smentita, non abbiamo mai provocato, in tanti anni di lotta, episodi luttuosi come questo, ché anzi i socialisti, i comunisti, gli anarchici furono rimproverati di non aver guidato il movimento spontaneo delle folle esasperate e malcontente del ’19.

Chi ha ispirato, in tanta propaganda socialista, questo odio omicida fra i nostri cittadini?

Tutti gli scioperi, tutte le proteste hanno avuto il loro movente economico o politico.

Mai la vita degli uomini è stata in pericolo come ora. Mai in tanti anni, dal nostro risorgimento alle lotte operaie odierne, si è ucciso così impunemente. Né in guerra, né prima della guerra.

I socialisti hanno sempre combattuto a viso aperto, non nascondendo i loro propositi, i loro programmi, le loro violenze contro gli averi e mai contro le persone. […]


La notizia della morte di Cammeo sulla stampa della borghesia pisana
Emeroteca digitale italiana: http://www.internetculturale.it

Il Ponte di Pisa, giornale politico amministrativo della città e provincia
Anno XXIX, n. 16, sabato-domenica 16-17 aprile 1921

Ritorniamo all’amore ed alla pace

Non senza sentirne ancora l’anima commossa ed angosciata scriviamo del doloroso episodio pisano, così vivacemente sanguigno, che ci ricorda il ferimento di una signorina, la figlia del nostro amico colonnello Lupetti, e la uccisione di un giornalista, maestro delle nostre Scuole elementari, Carlo Cameo [sic!], giovane di appena ventiquattro anni; triste episodio, che se per il nome delle persone che furono attrici e vittime nella tragedia può avere avuto contorni spiccati di inimicizia politica, or deve far comprendere a tutti che sul bieco odio di parte e sui livori non mai giustificabili, è necessario ritornino a prendere il sopravvento l’amore e la pace.

La prepotenza animatrice di violenze, la ferocia delle rappresaglie e la caccia all’uomo non possono essere il programma di alcun partito onesto.
Sulla bara del giovane che ebbe la vita spezzata, quando i canti della giovinezza sono più lieti, ripetiamo la invocazione che è da tempo in fondo al cuore nostro: la invocazione al ravvedimento che faccia finalmente deporre le armi, ed i figli d’Italia, se pur divisi di pensiero politico, riunisca sotto la bandiera che è superiore a tutti i partiti, quella della giustizia e del rispetto.


Il funerale di Carlo Cammeo
Esemplare originale conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa

L’Ora nostra, organo settimanale della Federazione provinciale socialista
Anno III, n. 16, 22 aprile 1921. Edizione pisana

ONORANDO CARLO CAMMEO

A MIO FRATELLO

Carlo! Fratello mio!

Io a scrivo di Te, oggi; di Te che non sei più per mantenere una lontana promessa.
Sono oppresso d’angoscia perché non so rassegnarmi al pensiero che Tu non sei più, perché non so rassegnarmi a parlare ad un morto che tutto in me rivive.

Entusiasti della nostra fede, ci promettemmo un giorno di fare, l’un per l’altro, l’elogio funebre quando, primo, uno di noi, fosse caduto combattendo per il comune ideale di umanità che tutto c’infiammava. Non valutammo allora tutta l’inumanità della promessa, non pensammo che il fratello superstite avrebbe avuto il cuore schiantato, avrebbe avuta la parola soffocata dal dolore. Non pensammo che il fratello non ha voce per parlare sulla bara del fratello. E non pensammo nemmeno alle nostre mamme, trepidanti ed amorose, che il dolore poteva uccidere.

Il nostro sogno generoso ci affascinava.

E Tu per il sogno sei caduto: Tu generoso, Tu leale cavaliere dell’umanità, Tu, combattente ardimentoso, che mai piegasti un lembo della tua bandiera.

Non alla mischia generosa e leale Tu offristi in olocausto il fiore della tua giovinezza; non fra il balenare della fiamma rivoluzionaria Tu piegasti esanime; non in mezzo agli ardimentosi compagni, baciato dal santo raggio dell’ideale, ti facesti trapassare il petto per la santa causa della libertà. 

Negli occhi esterrefatti dei bimbi che ti videro cadere è il segno dell’atrocità della tua fine.

Ma tu non sei morto, per noi. La fiamma d’amore che tu hai suscitato rianima le tue membra fredde, passa attraverso il tuo cadavere come un miracoloso soffio di vitalità, perché tu possa ascoltare il nostro grido di passione.

Tu non sei morto perché io Ti parlo e Tu mi ascolti e mi dici qual è il voto generoso dell’anima tua. Ed io faccio mio il tuo voto, fraternamente, ed esclamo: “Possano il sacrificio della tua vita innocente e il dolore disperante di quanti ti hanno amato far germogliare quell’era di pace e di amore per l’umanità che fu il tuo sogno”.

Giuseppe Ciucci


AI BIMBI

Dicevano che era un uomo feroce il vostro maestro.
Leggete le ultime parole che la sua mano ha scritto prima di comprimersi sul petto insanguinato.

E fu il nido and’o son nato
che al tuo ciel m’ha richiamato…
Solo qui mi parla al cuore
della mamma il dolce amore.

Non è vero che sono tanto delicate?!… Non è vero che non sono parole da uomini feroci?!

Sono le ultime parole, proprio le ultime, che Lui ha scritto sulla lavagna per i suoi bimbi, intenti, perché le ricopiassero, le studiassero a memoria e le ripetessero – quelle parole delicate – per abituarsi a sentire e ad esprimere cose gentili.
E le ha scritte pochi minuti prima di essere ucciso, mentre gli preparavano l’agguato che doveva troncargli la vita, mentre se ne stava fra i suoi bimbi, ignaro della tragica sorte che lo attendeva.
E nello scrivere il dolce nome di mamma pensava, o bimbi, alla cara figura della sua vecchietta aspettante che, fra qualche ora, entrando in casa, gli sarebbe corsa incontro gioiosamente e lo avrebbe abbracciato.
E invece non si sono più rivisti il figlio e la mamma.

Pensate, o piccini, quanto è straziante il non rivedersi più, mai più, quando ci si vuol bene come la vostra mamma vuol bene a voi. Pensate che la buona mamma vostra morirebbe se non potesse più baciarvi. E per lo strazio di quella povera mamma che non ha più rivisto il figlio diletto, promettetemi, o bimbi, che non lo dimenticherete mai più il Maestro buono.

Giuseppe Ciucci


Seguendo la bara

Non ho mai visto una massa di popolo più profondamente commossa di quella che seguiva il feretro del maestro Carlo Cammeo.
Un tragico silenzio incombeva su tutti e un vero alito di morte pareva diffuso sul mesto accompagnamento.
Chiudendo gli occhi si aveva la sensazione di essere in un deserto e non dinanzi a 40 bandiere, sotto cui si erano raccolti qualche migliaio di lavoratori.
E pensavo che questo compianto era il solo atto he ristabilisse la giustizia, poiché la giustizia delle leggi scritte esiste implacabile e feroce contro i socialisti, cioè contro i lavoratori, ma in generale non contro chi oggi, in nome delle stesse leggi (che viola e calpesta impunemente), può saccheggiare, incendiare, massacrare.
Quattro file fittissime di soldati sbarravano ognuna delle vie adiacenti; e la cavalleria era spiegata sul prato del Duomo. In difesa di che? Del diritto dei cittadini ogni giorno distrutto e conculcato in mille modi, da un capo all’altro d’Italia? Della libertà di parola e di pensiero più assai oppressa e perseguitata oggi che non sotto il dominio degli austriaci?
Ma il popolo non è cieco e vede l’immensa contraddizione di quelle altre riunioni armate, che portano scritto sulla loro bandiera le sante parole diritto e giustizia, mentre ogni giorno, ogni ora atrocemente le calpestano, rigettano la società come non già nello stato di barbarie (in cui pure le leggi pattuite regolano il vivere comune); ma nello stato dei primitivi selvaggi, senza altra legge, senz’altro costume che la propria arma e la ferocia insensata del proprio cuore, assetato di sangue.

Un simpatizzante


Senza commenti

Così scrisse Carlo Cammeo per la morte di Tito Menichetti:
Noi non intendiamo, parlando di una giovane vita scomparsa, fare oltraggio ad un morto speculando sul suo cadavere ancora caldo.
Anzi l’animo nostro è profondamente addolorato nel constatare come la follia di distruzione e di morte porti alla scomparsa di energie utili all’intera umanità e immerga di continuo nel pianto e nel lutto centinaia di famiglie.
[…]

Ora un padre, impietrito dal dolore, dopo aver accompagnato all’ultima dimora la carne della sua carne, non sa se imprecare contro l’assassino o contro chi gli strappò di casa per condurlo alla morte!
E gli incoscienti chiedono e giurano vendetta e, orribile a dirsi, si ripromettono nuovi atti insani e delittuosi. Contro chi?
(Povero amico mio! Forse la domanda angosciosa era un presentimento)

Così hanno scritto gli amici di Tito Menichetti per la morte di Carlo Cammeo:

Col più grottesco cinismo è stata lanciata l’invocazione alla giustizia […]
Non siamo soliti versare lacrime di coccodrillo né ritirarci dai nostri posti di battaglia […]
Ricordate
(ai lavoratori) che il fascismo è sorto soltanto per difendere i vostri sacri diritti di lavoro e di libertà. Per questa causa il fascismo è nato e per essa vivrà pronto a morire, pronto a uccidere! […]

E prima ancora avevano scritto: Tito Menichetti sarà vendicato senza pietà.


Carlo Cammeo ricordato accanto a Giacomo Matteotti
Esemplare digitalizzato disponibile sul sito della Casa Museo Giacomo Matteotti di Fratta Polesine

Il Proletario = The Proletarian, Italian Weekly of the Industrial Workers of the World
Anno XXVIII, n. 26, 5 luglio 1924 – Brooklyn (N.Y.), in lingua italiana

Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti abbiamo visto il popolo lavoratore delle città d’Italia, e di tutte le altre parti del mondo sollevarsi come un solo uomo e gridare, in nome della Umanità oltraggiata, vendetta contro gli assassini di Spartaco Lavagnini, di Carlo Cammeo, di Giuseppe di Vagno, di Carlo Berrutti, di Francesco Ferrero, di Attilio Boldori, di Antonio Piccinini, di Girolamo Valenti, dei fratelli Giglio, di Giacomo Matteotti e di tante altre centinaia di oscuri ma altrettanto cari e sinceri figli del popolo lavoratore.

particolare ingrandito

La commemorazione del 1950
Esemplare conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze

L’Ora nostra, organo settimanale della Federazione socialista pisana
Numero unico a cura della Sezione Carlo Cammeo, 13 aprile 1921-13 aprile 1950

L’ESEMPIO DI CARLO CAMMEO

Quando si dice “commemorare” si intende di solito richiamare l’attenzione su cose morte, riportare per un momento alla ribalta dell’interesse comune qualcosa che era dimenticato e che domani, dopo la celebrazione, ritornerà di nuovo nell’oscurità. E “commemorare” figure di scomparsi serve molto spesso a mettere in risalto le persone che si assumono tale compito, e a far dire alla gente attonita: “che belle parole!” O “che belle frasi!” Come se fosse manifestazione di memore deferenza, di appassionato ricordo adornare di frasi la memoria di chi non è più. Non è quindi il caso di adoperare le armi della retorica che lasciano freddi ed indifferenti dopo l’ubriacatura del momento, ma ricordando Carlo Cammeo dobbiamo innanzi tutto comprendere il significato del Suo sacrificio, i motivi che lo produssero, le ragioni ideali che ad esso ci ricollegano, il valore morale del suo esempio.

Gli avvenimenti hanno il carattere comune a tanti fatti di cronaca di quell’epoca. Il 13 aprile 1921 di fronte all’attonita scolaresca composta di bambini che un momento prima ascoltavano dalla sua voce le nozioni prime della loro esperienza culturale, Carlo Cammeo fu freddato da alcuni colpi di rivoltella, sparatigli a bruciapelo da sicari fascisti. Con lui veniva soppressa una delle guide del socialismo pisano, uno dei più acuti e ferventi propagandisti, e si metteva in atto quel procedimento terroristico che, affiancato ad una falsa propaganda di pacificazione sociale, doveva aprire poco più di un anno dopo le porte di Roma al fascismo.

Le classi dirigenti dell’epoca, di fronte allo scontento delle masse popolari che nel 1919 avevano dato entusiastici consensi al Partito Socialista sentendo sempre più che la logica degli eventi portava inevitabilmente alla rottura dei rapporti tradizionali, ponendo il problema di una maggiore giustizia sociale, intravide in questi strati della piccola e media borghesia, esaltati dal furore della guerra e della retorica de D’Annunzio e dei suoi seguaci, le possibilità di creare i migliori difensori del capitale e del sopruso. Vennero perciò sollevate ed incoraggiate le provocazioni attraverso la stampa e le squadre d’azione, e tutta la propaganda tese ad attribuire alle sinistre la responsabilità delle violenze, mentre i delitti dei fascisti venivano esaltati come “splendide azioni per tutelare l’ordine”.

Questa psicologia creata dalle classi dirigenti della borghesia italiana, ha avuto ed ha come funeste conseguenze il disprezzo dei lavoratori, la paura delle riforme, l’accettazione dello stato di fatto, così che la frase del Manifesto “uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo” interpreta pienamente questa fobia creata ad arte, questa maschera inventata da chi, attribuendole ad altri, voleva coprire le proprie colpe. Le strofette che dopo la morte di Cammeo i fascisti usavano cantare ne sono la migliore riprova:
Hanno ammazzato Carlo Cammeo – figlio di un ciabattino – Popolo, non lo piangere – perché era un assassino”…

In queste macabre parole profanatrici c’è tutta un’epoca di sangue, di violenze, di paura: c’è una tragica epopea delle lotte di classe che giunge al suo punto cruciale di soluzione violenta, quando cioè la borghesia sostituisce all’organizzazione pseudo-legalitaria, alla libertà formale delle sue strutture, le forme violente di oppressione armata. Perciò oggi, di fronte ad una realtà politica caratterizzata da una lotta serrata tra capitale e lavoro, di fronte ai provvedimenti anticostituzionali del governo, revocando la figura del martire socialista noi sentiamo di dover indicare i pericoli che la politica della borghesia italiana nasconde nel suo seno.

Quando i capitalisti parlano del “pericolo rosso” vuol dire che un altro pericolo si avanza: quello della violenta reazione delle forze conservatrici. Tale reazione vuol dire oppressione, violenza, sterminio. Carlo Cammeo fu ucciso per realizzare la dittatura della classe borghese, perché uomini come lui non dovevano vivere, perché la loro azione ed il loro esempio era un ostacolo, un impedimento. Ricordiamo la figura del martire e meditiamo sugli avvenimenti che ne determinarono il sacrificio, e soprattutto uniamoci nella cosciente sicurezza che sapremo impedire il ripetersi di tali episodi.

Oggi, 13 aprile 1950, ventinove anni dopo il feroce assassinio, noi possiamo dire con fermezza che abbiamo raccolto l’esempio di Carlo Cammeo, e che siamo decisi a sbarrare il passo al ritorno di quelle idee e di quegli atteggiamenti che furono il preludio ad una dittatura ventennale e ad una guerra disastrosa ed inutile. Se oggi commemoriamo Carlo Cammeo non è, come dicevamo prima, per riportare alla luce per un giorno o per un’ora un nome, o un fatto, ma è per far ritrovare insieme coloro che l’hanno scolpito nel cuore come esempio e come monito. Egli e la sua opera non sono per noi un nome ma rappresentano l’ideale di lotta, la guida sicura delle nostre battaglie future.


Bibliografia e consigli di lettura

Bacchiet Massimiliano, Un’ora di dolore per il proletariato pisano. L’omicidio di Carlo Cammeo del 13 aprile 1921 nelle cronache de «L’Ora nostra» e de «Il Ponte di Pisa», portale web Toscana Novecento >> leggi online

Bertolucci Franco, Alle radici della guerra civile a Pisa e nella provincia, portale web Toscana Novecento  >> leggi online

Bertolucci Franco, 13 aprile 1921: l’assassinio di Carlo Cammeo, segretario della Federazione socialista di Pisa, portale web Toscana Novecento >> leggi online

Canali Mauro, Il dissidentismo fascista. Pisa e il caso Santini 1923-1925, Roma, Bonacci (1983) >> vai al catalogo

Franzinelli Mimmo, Squadristi: protagonisti e tecniche della violenza fascista, 1919-1922, Milano, Mondadori (2003) >> vai al catalogo

Fabbri Fabio, Le origini della guerra civile: l’Italia della Grande Guerra al fascismo (1918-1921), Torino, UTET (2009) >> vai al catalogo

Nello Paolo, Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa (1919-1925), Pisa, Giardini (1995) >> vai al catalogo

Manfellotto Bruno – Demi Fabio (a cura di), Diario di un’infamia: le leggi, le vite violate, il ricordo, Pisa, Pisa University Press (2018) >> vai al catalogo

Matteotti Giacomo, Un anno e mezzo di dominazione fascista, a cura di Stefano Caretti, Pisa, Pisa University Press (2020) >> recensione >> radio intervista a Stefano Caretti

Piazzesi Mario, Diario di uno squadrista toscano 1919-1922, Roma, Bonacci (1980) >> vai al catalogo

Vanni Renzo, Fascismo e antifascismo in Provincia di Pisa dal 1920 al 1944, Pisa, Giardini (1967) >> vai al catalogo

*redazione e trascrizioni dei testi a cura di Elena Franchini*

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...