150° anniversario della Comune di Parigi (1871-2021)

Nella primavera del 1874 in occasione del terzo anniversario della Comune di Parigi “anonime mani” affissero sui muri di Pisa il seguente manifesto:

18 marzo
Della Borghesia
Spavento
Del Proletariato
Speranza
Comune
ad abbattere i Potenti
a sollevar gli oppressi
ad eguagliare gli uomini
i Rivoluzionari
t’invocano
s’apprestano
a Combattere

Nel 1874 esisteva a Pisa una consistente e attiva sezione dell’Internazionale, fortemente orientata in senso antiautoritario, cioè schierata con quel gruppo di rivoluzionari italiani ispirati dal russo Michail A. Bakunin e guidati da Andrea Costa, Carlo Cafiero, Errico Malatesta  che, l’anno precedente in un congresso, avevano costituito la Federazione italiana dell’Internazionale. La sezione pisana però era già attiva dalla fine del 1871 quando sull’onda degli avvenimenti parigini gran parte degli operai e dei giovani aderenti alla Società democratica internazionale, costituitasi nel gennaio del 1871, ne avevano preso il controllo dandogli un preciso indirizzo internazionalista e socialista.

Ma cosa era stata la Comune di Parigi agli occhi degli operai e dei giovani ribelli pisani e di tutti gli altri paesi del mondo?

Facciamo un passo indietro: la guerra franco-prussiana del 1870 provocò un terremoto negli equilibri della vecchia Europa. La vittoria delle truppe prussiane sui francesi sancì da una parte l’egemonia militare della nuova Germania, unificata sotto il cancellierato di Bismarck, e il crollo dell’impero di Napoleone III che ebbe come conseguenza immediata in Francia la nascita della terza repubblica. Anche l’Italia non fu esente da tali sommovimenti, il 20 settembre 1870 le truppe piemontesi, con la breccia di Porta Pia, completarono l’unificazione del Paese estinguendo di fatto il potere temporale dei papi e eleggendo Roma capitale del nuovo regno d’Italia.

Nel turbinio di questi rivolgimenti militari, diplomatici e costituzionali un evento «illuminò a giorno, come una folgore, l’Europa plebea: la Comune di Parigi».

Sorta dalla sollevazione del popolo di Parigi il 18 marzo 1871, contro il governo di Thiers, in un tentativo estremo di non piegarsi alle condizioni imposte alla Francia dalla Prussia vincitrice; successivamente ispirata nella sua azione di governo (organizzazione del credito, instaurazione di cooperative industriali ecc.) a principi socialisteggianti, e più particolarmente proudhoniani, la Comune fu guidata da un gruppo giacobino-radicale. Alle elezioni municipali del 26 marzo furono eletti 85 rappresentanti della Comune. Di questi, 15 moderati (il cosiddetto parti de maires, un gruppo composto da ex presidenti di alcune circoscrizioni) e 4 radicali si dimisero subito e non entrarono a far parte del Consiglio della Comune. Dei 66 restanti, 11, pur essendo rivoluzionari, non avevano una chiara connotazione politica, 14 provenivano al Comitato della Guardia nazionale, 15 erano radicali-repubblicani e socialisti, 9 blanquisti e 17 appartenevano all’Internazionale. Tra essi vi erano Éduard Vaillant, Benoît Malon, Auguste Serrailler, Jean-Louis Pindy, Albert Theisz, Charles Longuet, Eugène Varlin e Leo Frankel. Tuttavia, provenienti da diverse esperienze e culture politiche, essi non costituirono un gruppo monolitico e votarono spesso in modo differente. Anche questo fattore contribuì all’egemonia del gruppo giacobino-radicale, che in maggio, con l’approvazione di due terzi dell’assemblea (compresi i blanquisti), costituì un Comitato di Salute Pubblica di ispirazione montagnarda. D’altronde, fu lo stesso Marx a dichiarare che la maggioranza della Comune non fu in alcun modo socialista, né avrebbe potuto esserlo.

Il 19 aprile 1871 la Comune redasse la Dichiarazione al popolo francese nella quale furono affermati «la garanzia assoluta della libertà individuale, di coscienza e di lavoro» e «l’intervento permanente dei cittadini nelle vicende comunali». Ben più eloquenti dei contenuti di questo testo furono gli atti concreti attraverso i quali i comunardi si batterono per una trasformazione totale del potere politico. Essi avviarono un insieme di riforme che miravano a mutare profondamente non solo le modalità con le quali la politica veniva amministrata, ma la sua stessa natura. Qualche settimana prima era stato votato il decreto che aboliva l’esercito permanente e stabiliva l’armamento di tutto il popolo: «non possono essere costituite a Parigi o esservi introdotte altre forze armate oltre alla guardia nazionale […] tutti i cittadini validi fanno parte della guardia nazionale».

Paris, Éditions Cercle d’art et Centre de diffusion du livre et de la presse, 1970

Vanno qui ricordati alcuni provvedimenti presi durante la Comune, che ne hanno appunto caratterizzato l’indirizzo politico di tipo mutualistico e solidaristico, la cui lettura ancora oggi mostra la loro modernità

Contro la povertà:

per arginare la dilagante povertà fu decretato il blocco del pagamento degli affitti, gli sfratti per mancato versamento degli affitti vennero sospesi e si dispose che le abitazioni vacanti venissero requisite a favore dei senzatetto. Inoltre, venne decretata la sospensione della vendita degli oggetti che si trovavano presso il Monte di pietà e le scadenze dei debiti vennero procrastinate di tre anni senza il pagamento degli interessi. 

Democrazia diretta:

la riorganizzazione delle strutture dei servizi pubblici nella Comune prevedeva la revocabilità degli eletti. I magistrati e le altre cariche pubbliche non sarebbero stati designati arbitrariamente, come in passato, ma nominati a seguito di concorso o di elezioni trasparenti. Venne fissato un limite massimo agli stipendi dei funzionari che ricoprivano incarichi pubblici. Occorreva impedire la professionalizzazione della sfera pubblica per combattere la corruzione e l’autoritarismo. Le decisioni politiche non spettavano a gruppi ristretti di funzionari e tecnici, ma dovevano essere prese dal popolo. Eserciti e forze di polizia non sarebbero più state istituzioni separate dal corpo della società. La separazione tra Stato e Chiesa fu reputata una necessità irrinunciabile.

Riforma del lavoro:

Si organizzarono progetti per limitare la durata della giornata lavorativa e furono stabiliti minimi salariali accettabili. Venne sancita l’interdizione al cumulo di più lavori e si fece tutto il possibile per aumentare gli approvvigionamenti alimentari e per diminuire i prezzi. Il lavoro notturno nei panifici fu vietato e vennero create alcune macellerie municipali. Vennero soppresse per decreto le multe e le trattenute sui salari operai, in quanto «diminuzione mascherata dei salari […] spesso imposte con pretesti futili», e fu imposta la restituzione delle multe inflitte dal 18 marzo. Infine, venne vietata ogni «distinzioni di razza, nazionalità, fede o posizione sociale». 

Educazione e libertà:

Furono attuate diverse misure di assistenza sociale per i soggetti più deboli e venne deliberata la fine alla discriminazione tra figli legittimi e naturali. La funzione dell’educazione venne considerato un fattore indispensabile per la liberazione degli individui e base per ogni serio e duraturo mutamento sociale e politico. Pertanto, si svilupparono molteplici e rilevanti dibattiti intorno alle proposte di riforma del sistema educativo. La scuola sarebbe stata resa obbligatoria e gratuita per tutte e tutti. L’insegnamento di stampo religioso sarebbe stato sostituito da quello laico e le spese di culto non sarebbero più gravate sul bilancio dello Stato. Nelle apposite commissioni istituite e sugli organi di stampa apparvero numerose prese di posizione che evidenziarono quanto fosse fondamentale la scelta di investire sull’educazione femminile. Per diventare davvero «un servizio pubblico», la scuola doveva offrire uguali opportunità ai «bambini dei due sessi». Agli avanzamenti di carattere teorico, si accompagnarono prime iniziative pratiche e, in più di un arrondissement, migliaia di bambini della classe lavoratrice ricevettero gratuitamente i materiali didattici ed entrarono, per la prima volta, in un edificio scolastico. 

Socializzazione dei mezzi di produzione:

La Comune legiferò anche misure di carattere socialista. Si decise che le officine abbandonate dai padroni fuggiti fuori città sarebbero state consegnate ad associazioni cooperative  e sindacati di operai. Inoltre, i teatri vennero collettivizzati e affidati alla gestione di coloro che si erano uniti nella «Federazione degli artisti di Parigi», presieduta dal pittore Gustave Courbet. La Comune fu molto più degli atti approvati dalla sua assemblea legislativa. Ambì persino ad alterare energicamente lo spazio urbano, come dimostra la scelta di distruggere la Colonna Vendôme che celebrava le vittorie di Napoleone I – eretta sotto Napoleone Bonaparte nel 1810 –, ritenuta monumento alla barbarie e riprovevole simbolo della guerra.

Liberazione delle donne:

la Comune visse grazie a una straordinaria partecipazione di massa e a un solido spirito di mutua assistenza. In questo contesto, le donne, pur se ancora private del diritto al voto, svolsero una funzione essenziale per la critica dell’ordine sociale esistente. Trasgredirono le norme della società borghese e affermarono una nuova identità in opposizione ai valori della famiglia patriarcale. Uscirono dalla dimensione privata e si occuparono della sfera pubblica

L’11 aprile 1871 apparve sul Journal officiel un Appello alle cittadine di Parigi, redatto l’8 aprile e firmato «Un gruppo di cittadine», nel quale, preso atto che la guerra con le forze di Versailles era iniziata e che bisognava «vincere o morire», si tracciavano le linee di un programma rivolto espressamente alle donne: «Niente doveri senza diritti, niente diritti senza doveri. Vogliamo il lavoro, ma per conservarne il prodotto. Non più sfruttatori né padroni. Lavoro e benessere per tutti. Autogoverno del popolo».  Venne costituita l’«l’Union des Femmes pour la Défense de Paris et les soins aux blessés [Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti]». Le donne ottennero la chiusura delle case di tolleranza, conseguirono la parità di salario con gli insegnanti maschi, rivendicarono pari diritti nel matrimonio, promossero la nascita di camere sindacali esclusivamente femminili. Quando, alla metà di maggio, la situazione militare volse al peggio, con le truppe di Versailles giunte alle porte di Parigi, le donne presero le armi e riuscirono anche a formare un loro battaglione. In molte morirono sulle barricate o vennero deportate in Nuova Caledonia dopo processi sommari.

Thiers, rifugiato col governo legale a Versailles, scatenò una repressione di inaudita ferocia: non esiste un calcolo preciso delle vittime della repressione. Le cifre ufficiali del governo ne sottostimarono il numero a 17.000. Alcuni testimoni e storici dell’epoca calcolarono tra i  20.000 e 25.000 i comunardi uccisi. Fu il massacro di civili più sanguinoso della storia della Francia. I tribunali decretarono migliaia di condanne e deportazioni («settimana di sangue» fu da quel momento ricordata quella dal 21 al 28 maggio 1871), oltre cinquemila comunardi furono costretti all’esilio per molti anni.

L’esperienza, seppur breve, democratica e rivoluzionaria del primo auto-governo del popolo della storia moderna ebbe una risonanza tale da suscitare forti simpatie e interesse per l’Internazionale ‒ accusata dai reazionari di esserne l’ispiratrice ‒  che provocò un’espansione a macchia d’olio delle idee del socialismo in tutta Europa, quell’espansione che né il paziente lavoro di propaganda né il tenace proselitismo erano riusciti a realizzare nei sette anni precedenti.

La presenza, fra i comunardi, di volontari italiani superstiti della spedizione garibaldina nei Vosgi, gli anatemi lanciati contro la Comune dalla stampa conservatrice e moderata, l’accoppiamento, nell’opinione pubblica, dei nomi di Comune e di Internazionale, nei quali gli uni vedevano lo spettro di tutte le sovversioni e gli altri il simbolo di tutte le emancipazioni, ebbero gran parte, sul piano emotivo, nel produrre, anche in Italia, una simultanea dilagante simpatia per le idee socialiste e per il programma dell’Internazionale. Da quel momento il 18 marzo, anniversario della Comune, entrò di diritto, per molte generazioni, nel calendario rivoluzionario.

Sull’interpretazione di questa esperienza all’interno dell’Internazionale vi furono varie letture che, nonostante avessero approcci differenti alla questione, ebbero delle contaminazioni reciproche derivate appunto dalla novità stessa dell’esperienza rispetto a tutte quelle precedenti e che poneva la questione della trasformazione della società capitalistica in termini assolutamente nuovi.

Karl Marx scrivendo all’amico Kugelmann il 12 aprile 1871 esaltò l’eroismo dei «compagni parigini», il cui tentativo consisteva essenzialmente «non nel trasferire da una mano all’altra la macchina militare e burocratica […] ma nello spezzarla, e tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare». Le condizioni in cui stava avvenendo la rivoluzione erano estremamente sfavorevoli, ma erano state «le canaglie borghesi di Versailles» a porre ai parigini «l’alternativa di accettare la battaglia o soccombere senza battaglia. La demoralizzazione della classe operaia in quest’ultimo caso sarebbe stata una sciagura molto più grave della perdita di un qualsiasi numero di capi». Successivamente con La guerra civile in Francia, finita di scrivere il 30 maggio 1871, affermò che la Comune era stata la prima realizzazione storica di quella «Repubblica sociale» in nome della quale nel febbraio del 1848 il proletariato di Parigi era insorto. Poiché «la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini», essa dovette costruire un nuovo potere politico, e la Comune ne fu la forma positiva. Fu soppresso l’esercito permanente e sostituito con il popolo in armi, spogliata la polizia delle sue attribuzioni politiche, resa gratuita la scuola e liberata dall’ingerenza della Chiesa, resi elettivi i magistrati, eliminati i dignitari dello Stato, retribuiti con salari operai i funzionari pubblici e gli stessi membri della Comune, questa non fu «un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo». Cessato di esistere il potere dello Stato tradizionale, accentratore e burocratico, trasmesse le sue funzioni agli organismi di base, la Comune «fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta di classe dei produttori contro la classe appropriatrice […] nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro».

Michail A. Bakunin (La Commune de Paris et la Notion de l’État, suivi de, Trois conférences aux ouvriers du Val de Saint-Imier 1871) sottolineò l’unità d’intenti socialisti mostrata dai delegati del Consiglio, e il loro progetto di riorganizzare l’assetto istituzionale dal basso in senso federalista, che un altro internazionalista libertario, James Guillaume, considerò la principale caratteristica della rivoluzione parigina: «Non c’è più uno Stato, non c’è più un potere centrale superiore ai gruppi che impongano la loro autorità; c’è solo la forza collettiva risultante dalla federazione» e poiché non esiste più lo Stato centralizzato e «i comuni godono della pienezza della loro indipendenza, c’è la vera anarchia». In parole povere si sottolineava la necessità di ridurre drasticamente la burocrazia trasferendo l’«esercizio del potere» nelle mani del popolo. La sfera sociale doveva prevalere su quella politica e quest’ultima non sarebbe più esistita come funzione specializzata, poiché sarebbe stata progressivamente assimilata dalle attività della società civile. Tutto ciò avrebbe consentito la realizzazione del disegno auspicato dai comunardi: una Repubblica costituita dall’unione di libere associazioni veramente democratiche che sarebbero divenute promotrici dell’emancipazione di tutte le sue componenti. Era l’autogoverno dei produttori. Proprio per queste ragioni, Bakunin e i suoi seguaci ritenevano che le riforme sociali fossero ancora più rilevanti dei rivolgimenti dell’ordine politico. Esse rappresentavano la sua ragione d’essere, il termometro attraverso il quale misurare la fedeltà ai principi per i quali era sorta la Comune, l’elemento di maggiore distinzione rispetto alle rivoluzioni che l’avevano preceduta. 

Ecco perché dopo 150 anni il vessillo rosso della Comune continua a sventolare e ci ricorda che un’alternativa a questo mondo, basato su un modello economico che fa dello sfruttamento indiscriminato della maggioranza dell’umanità e della natura il suo modello, seminando distruzioni e povertà, è sempre possibile e auspicabile.

Tutte le immagini pubblicate sono tratte da documenti originali o riproduzioni conservati presso la Biblioteca Franco Serantini

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